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Racconto Muvrense � La Montagna chiama, io rispondo� (Articolo)

23/05 2012

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  Racconto Muvrense � La Montagna chiama, io rispondo�

 

La Montagna chiama, io rispondo
Marmolada – parete Nord
19 Maggio 2012
..in solitaria...

Venerdi, finalmente il lavoro � finito, si parte in direzione Val di Fassa. Ci sono un paio di orette di strada fino al Lago di Fedaia. Il viaggio � tranquillo e cos� un paio di curve prima di arrivare mi fermo, stregato nuovamente dalla vista dell’immensa Marmolada e la sua verticale parete Nord. E’ l� che l’indomani mi inerpicher�. Scatto alcune foto e studio ancora una volta la via ideale. “Li tra quegli affioramenti rocciosi passo in mezzo, piego leggermente a destra e salgo verticale, poi li dovrebbe esserci un canalino…” Cos� nella mia mente rileggo per l’ennesima volta la traccia da battere.
Appena sopra il lago di Fedaia c’� l’ultimo parcheggio in una zona pianeggiante, non c’� anima viva. Mi trovo a poco meno di 2100 metri di quota, sono le venti passate, il cielo � azzurro sopra me, spira un leggera, ma fastidiosa brezza da ovest. In qualche minuto installo e fisso la micro tenda che ho comprato a buon prezzo, perch� ultimo pezzo, qualche settimana fa in un negozio di articoli sportivi in citt�. Mentre il sole tramonta a ponente, preparo minuziosamente l’occorrente per la partenza notturna. E’ giunta l’ora di infilarmi, a fatica, nel mio sacco piuma dentro l’angusta tenda. Non riesco a chiudere occhio, continuo a rigirarmi mille volte, il sacco a pelo � stretto, ma tiene caldo, il materassino invece � un calvario e continua a sgonfiarsi. Alle ore 03:00 suona la sveglia... non ce n’era bisogno, mai riuscito ad addormentarmi! Fuori, la temperatura � scesa sotto lo zero, l’esterno della vettura � rivestito dal ghiaccio. Faccio colazione in auto, smonto la tenda, calzo gli scarponi e carico sulle mie spalle il solito pesante zaino con l’attrezzatura necessaria, accendo la lampada frontale ed affronto i primi 300 metri di dislivello nel buio pi� assoluto, cercando di individuare il sentiero estivo, tra mughi, conche innevate, rocce levigate e ghiaia insidiosa. E’ la prima volta che solco questo tracciato e non � facile nelle tenebre individuarne la traccia. A dire il vero, lo scorso anno, ho tentato di salire poco distante, per scalare la Marmolada, ma le condizioni erano pessime ed ho fatto dietrofront. La montagna � anche questo. Non bisogna sfidarla a tutti i costi. Bisogna saper anche rinunciare. Soprattutto valutare, anche se spesso � difficile e non si vorrebbe tornare indietro a mani vuote. La montagna rimane l�, bisogna aspettare, avere pazienza, cogliere il momento opportuno, specie quando di fronte hai a che fare con Signore Montagne. E cos� ho aspettato un anno. Eccomi qui, nuovamente a sudare, questa volta raggiungendo la forcella Col di Bousc a 2434 m. A nord est l’aurora segnala l’arrivo della luce e i miei pesanti passi sono ora sul ghiacciaio. Supero il rifugio Pian dei Fiacconi e piego decisamente verso ovest su pendi dolci, cercando di guadagnare qualche metro fino all’imbocco del vasto canalone che culmina sotto la parete nord. Un brivido percorre il mio corpo alla vista delle molteplici slavine che hanno solcato il canalone. Quattro giorni prima un fronte freddo ha scaricato trenta ed oltre centimetri di neve fresca su tutte le Dolomiti.
Calzo i ramponi e l’attrezzatura per la salita, mentre la luce a levante si fa pi� intensa. Comincio l’ascesa ad una quota di 2700 metri, nel momento in cui sorge timidamente il sole al di l� di centinaia di vette. Il canalone accresce di pendenza con l’aumentare della quota. Sfrutto dapprima una zona ghiacciata levigata straordinariamente dal passaggio della valanga, ma subito devo fare i conti con superfici ancora ingombre dalla recente nevicata. Comincia la fatica, il cuore batte forte e una strana sensazione di inquietudine mi avvolge. Essere solo al cospetto di questo ambiente mi rende oggi particolarmente nervoso. I ramponi fanno fatica a mordere il ghiaccio sottostante, a volte, con due passi, si torna indietro di mezzo metro. La situazione non mi piace, non mi sento in splendida forma e mi muovo lentamente. Mi balena pi� volte il pensiero di rinunciare, poi, di tanto in tanto trovo tratti sgombri dall’ultima nevicata e ritorna la voglia di proseguire. Nel gelido catino della parete nord non batte il sole a quelle ore, ma la corona di rocce ed il pendio ad ovest sono gi� riscaldate dai giallognoli raggi. E’ qui che comincio ad imprecare: ho lasciato gli occhiali da sole in macchina! Un altro motivo per scendere in qualche modo a valle. Ma dal fondo del canalone spuntano due scialpinisti: non sono pi� solo! Proseguo, passando tra le prime rocce sporgenti. La pendenza aumenta, la fatica anche. Mi pare di scorgere una via migliore spostandomi un pochino pi� a destra. E’ solo un illusione. Oltrepasso quota 3000 m., l’inclinazione supera i cinquanta gradi, le piccozze affondano affamate le loro punte nel ghiaccio. Di li a poco � una di queste a decidere che non � ancora il momento. Il momento di chiudere il cerchio di questa vita. In meno di un secondo, in un breve attimo di riposo dal lento progredire, le punte dei ramponi, probabilmente posizionate non correttamente, non addentano il ghiaccio. In un battito d’ali scivolo gi�. Su questo tipo di parete, in caso di caduta senza arresto fulmineo, non si avrebbero molte speranze di poter raccontare l’avventura. Acciaio contro ghiaccio, questa volta � il primo a vincere. L’adrenalina scorre in tutto il mio corpo, il respiro � affannoso e rapido, immagini e pensieri invadono la mente, un pizzico di paura � ci� che avverto. Ci vogliono interminabili secondi per riordinare le idee e decidere di avanzare. I due scialpinisti si avvicinano. Intravedo un possibile varco in un canalino che piega a sud est. Mi dirigo verso questo, la fatica mi attanaglia. Bevo, tremando, una sorsata di t� caldo dalla thermos. Un imponente accumulo di neve ventata mi obbliga ad un passaggio di misto, piccozze e ramponi stridono sulla fragile roccia. Sotto l’abisso, la concentrazione e lo sforzo sono immani. Ritorno sul ghiaccio, la via di salita sembra ora in buone condizioni. Esco trafelato dalla zona rocciosa superiore. La bianca calotta sommitale � ancora un muro ripidissimo e ghiacciato, gli artigli sotto gli scarponi la scalfiscono appena, ma mi permettono di salire ancora. L’inclinazione diventa meno accentuata, il sole mi bacia, si vede la croce di vetta, la speranza di farcela ritorna, il coraggio pure. I due scialpinisti mi hanno ormai raggiunto, ci scambiamo due chiacchiere e ci salutiamo. Quattro passi e un breve riposo, continuo cos� sino alla cima. Riprendo fiato, sorseggio il t� caldo, provo a mangiare una barretta di cerali e frutta secca. Soffia un vento molesto, ma il mio sguardo si perde sopra le Dolomiti, sulla catena del Lagorai, sulla cresta di confine. Non mi gusto appieno tutto questo spettacolo, sono davvero fuori allenamento. La mia confusa testa � gi� proiettata per il ritorno. Sar� dura. I primi passi verso nord ovest e gi� capisco che va meglio, le condizioni per scendere sono ora pressoch� ottimali. In brevissimo mi porto ad affrontare, non prima di qualche scatto fotografico alla parete appena salita, il pendio soleggiato che mi riporter� nel grande canalone sotto la nord. Qui la neve � gi� in fusione e non ha ancora scaricato. Diversi scialpinisti ora salgono verso di me. Si formano gli zoccoli sotto i ramponi, la scivolata � garantita, ma prontamente controllata. Di nuovo il sudore scorre a fiumi, cerco l’equilibrio fisico e quello mentale. Lo trovo, mi aiuta a proseguire verso il basso. Di tanto in tanto volgo lo sguardo a quella parete che un paio di ore prima mi ha fatto dannare. Tiro un sospiro  di sollievo soltanto quando in fondo al canalone, mi tolgo imbrago, cordini e caschetto. Levo anche guanti ed antivento che finiscono alla rinfusa nello zaino. Arrivano ancora scialpinisti per salire il pendio nord ovest. Scuoto la testa, penso che non sia possibile passare indenni quel versante che riceve l’irraggiamento solare cos� presto.
Cerco ora la via meno faticosa per portarmi verso il rifugio alternando zone con neve portante ad altre che ti fanno ruzzolare come un bambino. Il sole scalda e mi permette di calzare pantaloncini corti e liberarmi di un bel p� di roba che finisce per� sulle mie spalle nello zaino. Scendo ora cercando quelle chiazze di neve che mi permettono divertendomi di ammortizzare la discesa ed alleviare le sollecitazioni agli arti inferiori. Tra sprofondamenti improvvisi, con sacramenti annessi e sciate con gli scarponi, a balzi arrivo nuovamente al parcheggio. Sono proprio esausto. Sistemo alla meglio ci� che prima della partenza avevo scaraventato in macchina e mi fermo ad osservare i 3347 m. di Punta Penia, la cima pi� alta della Marmolada, dove due ore prima sedevo ai piedi del cippo quotato dell’IGM. E’ difficile spiegare cosa mi spinge ad affrontare tutte queste fatiche. Non era una passeggiata in un bosco di larici ad ottobre, c’era da spendere un po’ di energia. Apprezzo ora tutte quelle cose semplici che quando sei nelle difficolt� e nello sforzo non esistono pi�. Il sole che ti scalda il corpo, un’abbondante sorsata di acqua, gli affetti che ti stanno aspettando e che pregano non ti succeda nulla, lass� solo tra le vette. Tutte cose che se non provi l’opposto, non provi fatica non riesci a stimarle come si dovrebbe. Ritorna l’eterna sfida tra il bene ed il male. Se non c’� uno, non pu� esserci l’altro. Ancora una volta l’anima raggiunge quote di purezza, l’uomo si ricarica di valori ed esperienza. La montagna � una palestra, un continuo allenamento interiore, una forza esplosiva per la mia mente. La montagna chiama, io rispondo.
 
Marco Andreatta
La Muvra Trentino Alto Adige
 












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