La Muvra - Scheda: [14/08/10] Racconto Muvrense (Nel Re Ortles)
Scheda: Racconto Muvrense (Nel Re Ortles)
 
  Racconto Muvrense (Nel Re Ortles)
Data: 14 Settembre 2010
Ritrovo: -
Ora: -
Organizzato da: -
Tipologia: Evento
Difficoltà: -
Dislivello: -
Durata: -

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di Marco A.

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Era da qualche tempo che per la testa ronzava questo progetto. L’Ortles, la vetta pi� alta delle Alpi ad oriente del Bernina in solitaria dalla via Normale Nord. Cos� in un pomeriggio di inizio luglio, constatando l’arrivo dell’alta pressione e dunque le favorevoli condizioni meteorologiche per alcuni giorni, decido l’indomani di partire. Attraverso la verde ed intensamente coltivata a frutteto Val Venosta, in Alto Adige, mi dirigo in direzione passo dello Stelvio e salgo la valle di Solda per raggiungere il paese omonimo intorno alle 16:15, sorvegliato oltre 2000 metri pi� in alto dalla cima del maestoso e temibile Ortles, parcheggiando (stranamente gratuitamente, cosa non facile in Alto Adige) la vettura in un piazzale sterrato adiacente ad una piccola ed antica chiesa visibile dalla strada provinciale di arrivo. Qui, ad una quota di 1850 m., si nota subito la segnaletica per intraprendere i vari sentieri che si diramano in zona.Mi preparo, carico il pesante zaino (poco sopra i 20 kg…) sulle spalle e con passo deciso salgo il sentiero n. 4 in direzione del Rifugio G. Payer guadagnando quota con dei tornanti in un bel bosco rado di larici e pini cembri, inframmezzati dalla tipica vegetazione di sottobosco alpina dove si possono ammirare in questo periodo i rododendri in fiore. Nonostante l’ora tarda per addentrarsi in montagna, ci sono delle persone (per lo pi� turisti) che passeggiano godendo della leggera brezza che rinfresca una delle giornate pi� calde ed assolate dell’estate. Oltrepassata la vegetazione alta, il paesaggio si apre, ora noto spuntare i primi cespugli di pino mugo ma ci� che attira la mia attenzione � l’imponenza e la severit� di questa splendida montagna. Il sentiero che sto affrontando supera in leggerissimo saliscendi la morena del Marlet coperta dai detriti fino ad arrivare alla base di un pendio verdeggiante. Qui mi fermo alcuni istanti: su un enorme masso sono state poste una decina di targhe/lapidi in memoria degli alpinisti che hanno tentato di raggiungere la vetta dalla vertiginosa parete nord ma che purtroppo non sono nemmeno potuti ritornare indietro. Il mio sguardo rimane pietrificato su quella immensa parete di quasi 1400 metri di ghiaccio e roccia, definita da molti tra le pi� temute nelle Alpi. Proseguo superando il pendio con diversi zig-zag per raggiungere il rifugio Tabaretta a quota 2556 e proseguire sul sentiero sempre evidente in direzione Nord salendo leggermente un costone ghiaioso per raggiungere la Forcella dell’Orso a quota 2871 m. Il sole per alcuni minuti scompare dietro alcune innocue nubi e cos� l’aria si fa un po’ pi� fresca. Ora proseguo sotto la cresta della Tabaretta sul sempre segnato sentiero che presenta alcune parti attrezzate per superare con sicurezza dei punti scabrosi.  Il rifugio Payer a 3029 m., per gran parte della salita sempre visibile � arroccato davanti a me proprio sulla cresta e con un ultimo sforzo per superare un tratto ripido lo raggiungo prima delle 19. Sudato ed appesantito dal peso dello zaino entro in sala da pranzo dove una trentina di persone sta cenando e vengo fatto accomodare al secondo piano in una piccola camera da due letti a castello occupata gi� da due ospiti. Il posto ha un sapore antico, difatti il rifugio ha una storia antica, perch� la prima costruzione venne eretta addirittura nel 1875. Nei primi anni 90 furono apportate le ultime ristrutturazioni, mantenendo per� moltissimo di quanto gi� esistente e lo si nota ovunque, dai serramenti agli interni di splendido legno antico. Il tutto ha un fascino vissuto, e la mia mente divaga pensando alle migliaia di alpinisti che ne hanno sfruttato l’appoggio per iniziare la salita alla cima pi� conosciuta del sud tirolo. Una nota negativa � la mancanza di acqua per l’igiene personale. Dopo una mediocre cena e dopo aver chiacchierato e suscitato le solite perplessit� per intraprendere la via da solo, con gli unici due ragazzi di madrelingua italiana presenti, studio finalmente, osservando parte della traccia dall’ottima posizione del rifugio, la relazione scritta cercando di memorizzare i primi passaggi da affrontare all’oscuro l’indomani. Verso Nord Ovest il sole sta per tramontare e lo spettacolo di luci riflesse sul ghiacciaio e le vetta dell’Ortles � garantito. Dopo svariati scatti fotografici mi preparo per la notte infilandomi nel sacco lenzuolo sotto due coperte pesanti. La sveglia suona alle 03:30, scivolo con tutto il mio zaino nella stanza deposito a pianterreno e con estrema accuratezza preparo l’attrezzatura per la scalata curando ogni particolare e lasciando al rifugio il superfluo. Ogni etto in meno nello zaino � una boccata di ossigeno. Alle 04:30 mi viene servita una buona colazione e alle 04:45 calzati gli scarponi, indossato imbraco, infilato alcuni cordini e moschettoni, con la lampada frontale in testa muovo i primi passi quando ancora nessuno � partito. A sinistra verso Nord Est l’aurora � prossima a regalarmi un altro tripudio di colori, in un cielo limpido e stellato, il mio corpo sta bene, � allenato e pronto per questa ascesa, la mente � concentrata ed attenta. Quando si � soli, non � permesso sbagliare, bisogna restare concentrati fino al ritorno, bisogna conoscere i pericoli ed evitarli.La traccia su roccia, detriti e neve � comunque abbastanza visibile e con una certa facilit� arrivo ad un intaglio roccioso, poi scendendo di qualche metro raggiungo una selletta e da qui inizio una divertente arrampicata su roccia valutata dalle relazioni sul II-III°. La luce nel frattempo aumenta e mi regala un paesaggio unico con il giorno incipiente ad est ed ancora notte ad ovest delle Alpi. La via prosegue sempre su roccia, ma ora i passaggi sono sul filo della cresta molto esposta ed aerea e la sensazione di volare mi prende i sensi. Si scende ancora e si risale arrampicando una verticale parete, comunque attrezzata con catene, toccando la roccia ancora fredda, ma con numerosi appigli per le mani e i piedi. Sono un tutt’uno con la montagna, i movimenti armonici e la bellezza di questa arrampicata rendono piacevole l’avvicinamento al ghiacciaio. Difatti dopo aver percorso delle placche piuttosto esposte � il momento di attraversare un pendio nevoso e detritico per poi fermarsi a calzare i ramponi ed impugnare la piccozza. Comincia la risalita su ghiacciaio, nel famoso canale Eisrinne sovrastato da enormi seracchi pericolanti ed estremamente minacciosi che, assieme ai numerosi crolli ascoltati ieri, nella salita e dopo la cena al rifugio, in un vallone oscuro ad ovest del massiccio, mi consigliano di portarmi fuori tiro al pi� presto possibile. Il sole � sorto e comincia a colorare il ghiaccio e la neve di colori caldi ed incoraggianti, la temperatura � comunque sempre gradevole e non fa freddo in relazione al posto ed alla quota.Delle rocce viscide spuntano dove una volta c’era il ghiacciaio e perci� con ramponi ai piedi intraprendo una breve arrampicata di misto, resa un po’ scivolosa dallo sciogliersi della neve soprastante e poi, rifiatando e dissetandomi ricomincio a salire il tratto pi� ripido (40° al massimo) aiutandomi con la piccozza fino a sopraggiungere al primo di una serie di crepacci. Subito mi mette alla prova, non vedendo il fondo di esso e dovendo saltare per un metro in salita. L’adrenalina scorre in me, con l’ausilio della picca e trattenendo il respiro supero quello che sar� il crepaccio pi� aperto incontrato oggi. Gli altri che affronto sono semi coperti da ponti di neve e si riesce sempre a vederli e ad affrontarli correttamente. Intanto la cima � pi� vicina, l’aria si fa pi� rarefatta, il sole incomincia a scaldare, dietro di me vedo le prime cordate farsi avanti. Intorno alla quota di 3600 m. i pendii del ghiacciaio si fanno pi� dolci e le difficolt� alpinistiche si assotigliano, mentre il paesaggio si fa via via pi� ampio e maestoso.Raggiungo quota 3905 m. presso la croce di vetta alle ore 07:30 circa e l’emozione suscita in me una soddisfacente e breve ebbrezza psicofisica. La mia vista si perde in un mare grottesco di cime ignote e conosciute, spaziando da est verso le Dolomiti ed il mio Trentino, a Sud verso il gruppo dell’Adamello e la Presanella, ad Ovest verso il Bernina prima, il Rosa e il Bianco in lontananza, a Nord verso le Alpi Austriache e la Palla Bianca. Il panorama � superbo ed inimitabile, l’aria � tersa, frizzante e limpida,  la grandezza di questa vetta possente � ossigeno e carburante per il mio corpo. Davanti a me sorge il bellissimo Gran Zebr� con la sua ragguardevole parete Nord ed il Cevedale, cime dalle quali ho potuto ammirare per la prima volta da vicino il re Ortles. Ora, nella mia solitudine e con le mie sole forze, cavalco, come ha intitolato qualcuno, anche questa splendida vetta. Dopo dieci minuti sopraggiunge la prima cordata che si spreca in un inutile, disgustoso e maleducato grido di vittoria che ferisce la mia intimit� con la montagna. Ho il tempo per rifocillarmi e farmi scattare una rituale foto di vetta per poi ridiscendere a ritroso la via appena salita, evitando ed aggirando i crepacci pi� aperti. Diverse sono le persone che in cordata ed accompagnate dalle guide alpine stanno salendo, mentre io cerco in velocit� di abbandonare al pi� presto la neve resa gi� un po’ instabile dal forte calore del sole. La discesa su ghiacciaio con neve non dura � per me sempre dilettevole, mi rilassa i muscoli ed i tendini messi sotto sforzo nella salita. Il tratto pi� pericoloso lo reputo ora quello che mi tocca affrontare in discesa su roccia, arrampicando all’indietro e cercando di non allentare mai la concentrazione e valutando ogni sporgenza, la sua resistenza e la sua tenuta. Sono cos� di nuovo al rifugio Payer intorno alle 10, riprendo ci� che avevo lasciato, risistemo lo zaino che diventa nuovamente “indigesto” e faccio ritorno sul sentiero n. 4 baciato da uno splendido sole, accarezzato da una piacevolissima brezza da valle, con gli occhi su quella mitica parete nord raggiungendo il piazzale da dove sono partito e cerco, trovando in un vicino parco giochi una fontana di acqua fresca per rinfrescarmi e volgere nuovamente lo sguardo lass�, 2000 metri pi� in alto dove al mattino ho toccato il cielo.

 
 

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